Tre regole d’oro per comunicare efficacemente con i propri figli

In questo articolo mi voglio rivolgere non solo ai genitori, ma anche a zii, nonni, a qualsiasi familiare, insomma, graviti attorno alla vita di un bambino.
A tutti prima o poi sarà capitato di scontrarsi con i propri figli (e quando scrivo “figlio” d’ora in poi, mi raccomando, dovete leggere anche “nipote”) e molto spesso non ci rendiamo conto che alla base dello scontro vi sono alcune incomprensioni che nascono da semplici errori di comunicazione.
Vi siete mai chiesti veramente perché continuate a ripetere a vostro figlio ogni giorno le stesse cose, senza successo?

Per quale motivo non riuscite ad arrivare a lui?

E a questi interrogativi, quale risposta vi siete dati?
Forse quella più semplice -e che vi solleva inconsapevolmente dalla responsabilità- cioè che i vostri figli non capiscono nulla, o che è inutile, tanto i vostri nipoti non vi ascoltano mai.

Voglio farvi notare che proprio all’interno di quest’ultima frase troviamo uno degli elementi chiave che ci permetteranno, d’ora in poi, di dialogare più serenamente e soprattutto più efficacemente con i nostri ragazzi.
Mi sto riferendo esattamente alla fase dell’ASCOLTO che, per poter essere eccellente e permetterci di trasmettere con successo il nostro messaggio, deve avere tre presupposti essenziali: il SILENZIO, l’OSSERVAZIONE e il RISPETTO.

 

#SILENZIO

Spesso il silenzio viene vissuto da noi adulti con disagio; mi è capitato non di rado, ad esempio, di trovarmi alla fermata del treno assieme ai soliti pendolari e che quel silenzio che ogni tanto calava durante le conversazioni venisse percepito come un buco nero da riempire per forza, ad ogni costo.
Allo stesso modo, rimanere seduti in silenzio accanto al proprio figlio in attesa di ascoltare quello che ha da dirci può talvolta mettere in difficoltà anche il genitore più aperto al dialogo.
Abbattere questa barriera e cercare di stare seduti più spesso in silenzio accanto al nostro bambino ad ascoltarlo, oltre ad avere il vantaggio di rafforzare il nostro legame, trasmette a nostro figlio la sensazione di essere al centro della nostra attenzione e di conseguenza sarà più disposto ad aprirsi a noi, percependo la nostra sincera voglia di ascoltare cos’ha da dirci.
Non ultimo, ci offre la possibilità di poter osservare meglio alcuni dettagli che magari, in altre occasioni, potrebbero sfuggirci.

 

#OSSERVAZIONE

Il silenzio, come dicevamo, ci dà anche l’opportunità di osservare accuratamente la comunicazione non verbale di nostro figlio: le espressioni del suo viso, lo sguardo, i silenzi, i gesti delle mani e la postura.

Al cosiddetto “linguaggio del corpo” dobbiamo ben il 55% dell’intero processo di comunicazione.

Immagini tratte da https://www.slideshare.net

Durante la fase dell’osservazione potremmo catturare tanti piccoli elementi che ci aiuteranno a riconoscere e capire le emozioni di nostro figlio. Attraverso il principio che gli studiosi di neuroscienze e di intelligenza emotiva chiamano rispecchiamento, il bambino sente che il genitore sta sentendo esattamente ciò che sta provando lui in quel momento; si deve, pertanto, rispecchiare in lui.

Al bisogno, saper mettere in stand-by le proprie emozioni di persona adulta per calarsi ed immedesimarsi in quelle del proprio figlio, permette di aiutare quest’ultimo nel processo di crescita a più livelli, dallo sviluppo dell’autostima alle relazioni con gli altri.

Il terzo fattore rilevante collegato ai primi due, e che mi sta particolarmente a cuore, è il tema del rispetto.

 

#RISPETTO

Affinché il processo di comunicazione sia produttivo è importantissimo rispettare il bambino sotto molteplici aspetti:

#1 IL TEMPO: RISPETTA I SUOI TEMPI AL MOMENTO DELLA COMUNICAZIONE. Invece di affrontare un discorso importante mentre tuo figlio sta guardando la partita o è impegnato in qualunque altra attività solo perché sei disponibile in quel preciso momento, sarà sicuramente più utile attendere quello che è il momento più opportuno per lui. Sappiamo che la dimensione temporale è fondamentale per ognuno di noi e proprio per questo, così facendo, egli sarà più propenso ad accogliere le nostre parole e noi gli dimostreremo il rispetto che merita.

#2 IL COSA: RISPETTA COSA TUO FIGLIO VUOLE COMUNICARTI. In qualità di genitori o comunque di persona che è vicina durante la crescita, abbiamo il dovere di rispettare qualsiasi cosa il bambino abbia da dirci. Noi adulti abbiamo la pessima abitudine di voler imporre il nostro punto di vista ai nostri ragazzi, quando invece faremmo bene a ricordare che non sono degli individui da plasmare ma da educare, portando il massimo rispetto per le loro idee anche se talvolta ci possono sembrare un tantino sopra le righe.

#3 IL COME: UTILIZZA LE STESSE PAROLE. Quando nostro figlio si avvicina a noi per discutere di un qualsiasi problema, dopo averlo ascoltato e osservato in silenzio, nel rispetto per quello che ci sta comunicando, quale sarà il passo successivo? Gli fornirete il vostro punto di vista in merito? Viene naturale farlo, lo so, ma rifletteteci. Pensate sia veramente utile? Forse non lo è così tanto. La cosa che ho imparato grazie alla Programmazione Neuro-Linguistica è che è molto più efficace porgli delle domande, utilizzando all’interno della frase alcune parole che ha usato lui poco prima. Questo sistema linguistico crea l’empatia di cui abbiamo bisogno per porre dei quesiti molto specifici capaci di scavare ed analizzare in profondità la natura del problema e i sentimenti che questo provoca in lui, affinché arrivi da solo alla soluzione. Fare domande di specificità aiuta il bambino ad imparare a risolvere i problemi grazie alle risorse che ha dentro di sè, senza ricorrere ogni volta all’aiuto di una fonte esterna e, magari, a far suo qualcosa che in realtà è di qualcun altro.

Ora tocca a voi: provate e riprovate ad utilizzare questi tre suggerimenti, perché sappiamo che i risultati migliori li otteniamo grazie alla pazienza e alla perseveranza.

E per voi, quali sono gli altri elementi fondamentali di una comunicazione efficace?

 

 

“Non si può non comunicare”

(1° Assioma della Comunicazione Umana – Paul Watzlawick)

 

 

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